In questi giorni Monza ospita la “ settimana della Croce Rossa Italiana (CRI)”. In tutta la città si stanno susseguendo iniziative, mostre, banchetti in piazza. I vari volontari e addetti fanno bella mostra di sé nelle strade pubblicizzando il “fondamentale” ruolo all'interno di questa società. Ruolo che però, a discapito di quanto si possa pensare, è tutt'altro che neutrale e votato alla difesa della salute e delle persone.
Innanzitutto la CRI è un corpo militare, sempre presente sugli scenari di guerra al seguito degli eserciti. Per conto di coloro che le guerre le creano e le vogliono, gestisce il problema dei sopravvissuti, dei profughi e dei disperati che ogni conflitto porta con sé. Il soldato che lancia bombe al fosforo su popolazioni inermi e la crocerossina pronte a curarle sono due aspetti dello stesso identico ruolo; la loro formazione altamente militarizzata dimostra come tra soldato e crocerossina la differenza stia solo nell'uniforme. Lungi dall'essere strumento neutrale volto alla cura senza distinzione, è al contrario al soldo dei più forti, dello Stato, nei fatti collaborando al mantenimento dello stato di cose presente.
In Italia per esempio la CRI gestisce i moderni lager per gli immigrati senza permesso di soggiorno, quelli che un tempo erano i CPT (Centri di Permanenza Temporanea) e che oggi hanno cambiato nome in CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione): diversi nel nome, ma identici nella funzione.
Durante le recenti proteste che hanno infiammato i CIE, la Croce Rossa ha gestito in modo disumano e crudele la situazione, svolgendo un vero e proprio lavoro da gendarme, al fianco di soldati e polizia. Proprio qualche mese fa, nel CIE di Milano, dopo che i reclusi avevano iniziato una protesta contro le disumane condizioni detentive e dopo i violenti pestaggi avvenuti all'interno delle camerate, i gendarmi della CRI hanno deciso di non dare da mangiare per punire i ribelli, affermando che “così almeno ci pensate due volte a fare casino”.
Come si fa ad affermare di essere al servizio delle persone quando, dopo aver medicato una vittima delle bastonate della polizia, si omette di denunciare pubblicamente chi ha compiuto tale atto, facendosi così suo collaboratore? Alleviare le sofferenze non vuol dire semplicemente medicare in fretta e furia un immigrato che, per evitare l'espulsione giunge a compiere atti di autolesionismo senza preoccupasi delle ragioni che lo hanno spinto a quel gesto. Come si fa a farsi passare per “brave persone” quando si imbottiscono i pasti dei detenuti con tranquillanti per tenerli buoni (pratica ordinaria in ogni lager di Stato)?
Infine. in questi giorni, la CRI rifiuta di prestare assistenza medica a un prigioniero del Cie di Milano, con una sospetta tubercolosi. Il prigioniero ha iniziato uno sciopero della fame, che si sta estendendo, anche in relazione ai pestaggi nel Cie di Bologna e al suicidio di una detenuta del Cie di Roma.
La croce rossa ha scelto: essere aguzzini dei nuovi lager.
Qualunque cosa se ne voglia pensare l'episodio mette in luce a cosa serva la militarizzazione dei territori giustificata da motivazioni di pubblica sicurezza. E' proprio grazie ai pacchetti sicurezza varati dai vari governi che agenti di ogni sorta, compresi quelli dei cosiddetti corpi civili, vengono e verranno utilizzati sempre piu' per reprimere le voci fuori dal coro. Quello che conforta e' stata la reazione della cittadinanza monzese, che ha cercato di opporsi al pestaggio e ha solidarizzato apertamente con i manifestanti.
Ieri è venuto a mancare per arresto cardio-respiratorio lo scrittore e giornalista Javier Ortiz. È qualcosa che egli stesso, autore di queste righe, sapeva molto bene che sarebbe successo, e che per questo lo ha potuto pronosticare, perché non c’è niente di più inevitabile che morire di arresto cardio-respiratorio. Se continui a respirare e il cuore ti batte, non ti danno per morto.
In ogni modo siamo qui, (lui non più). Javier Ortiz fu il sesto figlio di una maestra di Irún, María Estévez Sáez, e di un dirigente amministrativo di Madrid, José María Ortiz Crouselles. I suoi nonni furono, rispettivamente, un signore di Granada con un aspetto da poliziotto – ciò che forse si giustifica considerando il fatto che era un poliziotto –, una signora molto piacevole e colta con allure e cognome del Rosellón, un onorato e discreto carabiniere di Ourense con abilità di calligrafo e una vedova di Haro sposata in seconde nozze con l’appena citato, Javier Estévez Cartelle, dal quale è derivato il nome di battesimo del nostro recente defunto. Se qualche interesse hanno tutti questi antecedenti, cosa che è lontana dalla chiarezza, è quello di dimostrare che, al contrario di ciò che si è soliti pretendere, l’incrocio delle razze non migliora la specie. (si osservi che una gran varietà di provenienze si è messa in gioco per finire per costruire un basco e calvo e bassino.)
Javier Ortiz trascorse l’infanzia a San Sebastián, città a portata di mano, perché nacque lì. Si dedicò fondamentalmente a guardare ciò che stava nelle sue vicinanze, in particolare il petto delle signore – adesso che è già morto possiamo svelare questo suo innocente segreto –, e a studiare cose tanto pellegrine come le città costiere del Perù, di quelle che non riuscì a dimenticare fino all’ultimo respiro. I gesuiti cercarono di indirizzarlo per il buon cammino, però lui scoprì molto presto di essere comunista. Questo rovinò del tutto la sua carriera religiosa, già di per sé poco promettente, soprattutto dal momento che notò con disgusto l’interesse che alcuni sacerdoti ponevano nelle parti pudende.
Il suo primo lavoro da scrittore, apparso in una pagina del periodico della scuola, fu, curiosamente, un necrologio, con cui si potrebbe dire che la sua carriera da giornalista è risultata palindroma, singolare circostanza della quale pochissimi potrebbero vantarsi, anche nell’improbabile caso che lo aspirassero.
A 15 anni, disgustato dalle ingiustizie umane – alcune delle quali continuavano ad avere come riferimento ossessivo i seni femminili – decise di diventare marxista-leninista. Gli anni successivi dovette impiegarli per verificare cosa era quello stava per diventare, a cui contribuirono in maniera decisiva alcuni intrepidi membri della Polizia politica franchista.
A partire del quale, si dedicò con gran entusiasmo a coltivare il nobile genere del libello. Senza sosta. Giornalmente. Anno dopo anno. Andò cambiando di residenza, non sempre per volontà propria – qui meritano speciale citazione permanenze carcerarie e il suo esilio, prima a Burdeos, dopo a Parigi –, però non cambiò mai il suo incrollabile impegno di agitatore politico, che lui desiderava aver acquisito, per quanto assurdo sembri – e sia, di fatto -, nella lettura de I documenti postumi del Club Pickwick, di Don Carlo Dickens, e delle Avventure, invenzioni e mistificazioni di Silvestre Padarox, di don Pío Baroja.
Burdeos, Parigi, Barcellona, Madrid, Bilbao, Aigües, Santander… Passò in tantissimi posti e lasciò le sue tracce in innumerevoli luoghi senza smettere di scrivere, dài e dài, Zutik! Servir al Pueblo, Liberación e Mar, e Mediterranean Magazine – e El Mundo, e una dozzina di libri, varie radio, ed alcune televisioni… Per scrivere, scrisse anche per altri ed altre, ha esercitato a nome di altri che poi si sarebbero presi i meriti in momenti di particolare penuria… A volte lo ha fatto anche per amicizia.
Spinto dalla lettura del Selezione di Reader’s Digest e altre pubblicazioni statunitensi tanto amanti di questo genere di operazioni, un giorno decise di calcolare quanti chilometri coprirebbero i suoi scritti, nel caso che si mettessero tutti in una sola lunghissima riga di dimensione 12. Il risultato della stima è stato indiscutibile: occuperebbero moltissimo spazio.
Anche in materia di amore (di cui sarebbe ingiusto dire che mancasse di qualche esperienza), è stato palindromo. Diceva che le migliori donne, le più affettuose e le più nobili con cui ha condiviso i suoi giorni (senza disdegnare dogmaticamente nessun’altra), erano la prima e l’ultima. Sebbene la favorita gli appariva nel mezzo: sua figlia Ane.
E tutto per finire con qualcosa così volgare come la morte. Per arresto cardio-circolatorio, come già detto. In fine, un altro posto di lavoro disponibile. Qualcosa è qualcosa.
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